Prima apertura stagionale per la Biblioteca Antica del Seminario, che per la mattina del 18 aprile propone un appuntamento speciale, tra fede e storia. Con l’esecuzione nel finale di alcuni brani del repertorio di polifonia e canto gregoriano, eseguiti dalla Schola “Venantius Fortunatus” della Cappella musicale della Cattedrale di Padova.
Al centro del programma ci sarà quella che Giordana Canova Mariani, massima esperta degli studi storico-artistici, ha definito “la gemma più fulgida di tutta la Biblioteca”, vale a dire il Salterio parigino appartenuto a Bartolomea da Carrara, badessa del monastero di S. Pietro e da lei donato alla comunità alla sua morte, avvenuta nel 1413. Un libro splendido del quale parlerà il professor Gianandrea Di Donna, docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, proponendo “Considerazioni pasquali sulle miniature del Salterio francese del XIII secolo”, partendo dal versetto della lettera di San Paolo ai Galati che dice “Qui dilexit me et tradidit seipsum pro me” (vale a dire: Colui -il Figlio di Di – che mi ha amato e che ha consegnato sè stesso per me).
Il Salterio, dunque, riconquista la ribalta con la sua storia e i suoi tanti misteri: a chi inizialmente è appartenuto? Come è arrivato a Padova? Cosa sappiamo della badessa Bartolomea?
A proposito di Bartolomea, la prof.ssa Giordana Mariani Canova afferma che si deve trattare “evidentemente di una nobildonna della famiglia dei Carraresi, anche se di lei documenti non danno altra traccia, e proprio tale alto lignaggio permette di spiegare come ella fosse in possesso, per la sua preghiera personale, di un così straordinario libro”. Del resto, il nome dell’ultima proprietaria è attestato da due “note manoscritte” riportate sullo stesso Salterio. Nella prima si legge “Iste lber est domina Bartholomea de Cararia abatisa Sancti Petri de Padua qui scrisit vivat semper cum Domino. Amen”. Nella seconda nota, come la prima studiata da Sabina Zonno, padovana, storica dell’arte in “Miniature: lo sguardo e la parola. Studi in onore di Giordana Mariani Canova”, si legge “madona Bertholamia in quei fascicoli inseriti verosimilmente per volontà di Bartolomea tra la fine del XIV secolo e gli inizi del XV secolo e contenenti tra l’altro il rituale del monastero di cui ella fu badessa almeno fra il 1393 e il 1413”.
Nell’ultimo fascicolo – aggiunge Sabina Zonno – “si presenta pure una preghiera autografa per la buona morte”, che “Bartolomea dovette scrivere di suo pugno invocando Cristo: ut non me perire permittas famulam tuam Bartholomeam quia creatura tua sum”.
Ma davvero Bartolomea faceva parte della nobile famiglia dei Carraresi? In due documenti, custoditi nell’Archivio di Stato di Padova, datati 24 e 30 gennaio 1393, si ricorda la “nobilis ac veneravilis domina domina Bartlomea de Carraria” come badessa di San Pietro. C’è l’ipotesi che Bartolomea abbia ricevuto in dono il Salterio dopo il 16 agosto 1404, data in cui il manoscritto risulta ancora essere nella biblioteca di Francesco Novello, segnato nell’inventario come “il Libro che si chiama psalmista”. “In questo modo – afferma la Zonno – il manoscritto si è salvato dalla dispersione rimanendo nel monastero di San Pietro per i successivi quattro secoli prima di essere affidato dalle monache al vescovo Scipione Dondi Dall’Orologio, che a sua volta lo donò intorno al 1812 alla Biblioteca del Seminario”. Va ricordato che nel 1405 si concluse tragicamente il dominio dei Carraresi su Padova. In quell’anno Giacomo terzo figlio di Francesco Novello fu fatto prigioniero dai veneziani. Lo stesso Francesco Novello e l’altro figlio Francesco III si consegnarono ai nemici e di lì a poco tutti e tre furono strangolati in carcere a Venezia.
Machi ha compilato questo “principesco” libro (così lo ha definito lo scrittore padovano Giuseppe Gennari)? “In base al calendario e alle caratteristiche di stile l’ipotesi è che il nostro Salterio – scrive la prof. Mariani Canova – possa essere inserito nell’ambito del cosiddetto Corpus atelier attivo a Parigi verso la metà del Duecento e lo si è giudicato probabilmente scritto nel monastero di Rebais” (l’abbazia fondata nel 616, primo abate S Agilo, attiva fino alla Rivoluzione francese).
È possibile che questo prezioso manoscritto sia giunto a Padova quindi nell’ambito delle relazioni molto fitte fra la corte carrarese e quella parigina, poi donato alla badessa.
Il motivo del suo straordinario fascino lo spiega la prof.ssa Mariani Canova: “Le superbe miniature a piena pagina, poste, come di consueto, nel salterio all’inizio del libro, e recanti gli episodi principali della vita di Cristo, sono realizzate, con colori mirabili e schiarite, sullo sfondo di una lucente lamina dorata. Esse, insieme all’altra pagina raffigurante, sempre su lamina d’oro, la Vergine in trono venerata dalla committente, monaca o gentildonna, costituiscono splendidi pezzi di arte gotica parigina del secondo quarto del Duecento, condotti con straordinaria aristocrazia di linguaggio per una committenza certo di altissimo rango”.
“Il libro miniato – sostiene infine la Zonno – si fa espressione delle più vive culture internazionali raccogliendo e tramandando ai posteri non solo il sapere attraverso i suoi contenuti ma anche le esperienze di chi fu spettatrice e protagonista al tempo stesso di tali vicende e che quel codice ricevette e personalizzò secondo il suo gusto per farne il suo libro di preghiere”.
Per assistere all’incontro in Biblioteca per via dei posti limitati è indispensabile la prenotazione. L’appuntamento è per le 10.

