San Gregorio Barbarigo aveva un sogno. Secondo lui era possibile riunire le Chiese d’Oriente con Roma e, in un secondo momento, convertire le popolazioni del mondo islamico solo con la forza della parola, predicando e diffondendo il Vangelo. Ma per fare questo bisognava conoscere le parlate di quelle genti, la loro storia, i loro costumi, il loro pensiero.
Un obiettivo tremendamente difficile da raggiungere, impossibile per tanti, ma non per uno della tempra del cardinale, che da vent’anni vescovo di Padova (era giunto da Bergamo nel 1664). Aveva già aperto il “suo” seminario, considerato il “cuore del suo cuore”, aveva arricchito il sapere dei futuri preti, che voleva moralmente irreprensibili ma anche dotti. Per preparare, ad esempio, dei bravi missionari, da mandare nelle terre dell’Islam, serviva l’apprendimento delle lingue orientali. Tante, dal greco all’ebraico, dal siriaco al caldaico, dall’arabo al turco, dall’albanese al persiano. E alcuni libri erano introvabili e quando si trovavano disponibili sul mercato costavano un occhio della testa.
Ecco, allora, che in Gregorio Barbarigo va formandosi un’idea, covata a lungo, a fronte dei prezzi pretesi dagli editori e per la carenza sul mercato delle grammatiche per l’insegnamento delle lingue: il mio seminario – sosteneva – deve avere una propria tipografia, professionale, in grado di produrre libri “ad usum Seminarii Patavini”.
Ma una tipografia non nasce come un fungo in un giorno di pioggia. Servono macchine, operai, caratteri di stampa, carta, inchiostri, correttori di bozze che conoscono le lingue. Una montagna di cose che avrebbe scoraggiato chiunque, ma non Gregorio Barbarigo, nobile di famiglia veneziana, principe della Chiesa, che sembrava impastato con quercia e cemento. Un grande industriale avveduto, si direbbe oggi, che non aveva paura di sporcarsi le mani.
Scese in campo in prima persona. Siamo nel 1684. Chiede ad alcuni librai veneziani “un elenco di parole proprie dell’arte della stampa perché possa restare informato parlando con gli operai”. Nell’ottobre 1685 chiede notizia di un libro che ha per titolo “L’art d’imprimer” di Catadinot.
E’ lui, in pratica, che diventa il direttore della stamperia del seminario: bacchetta uno stampatore per un’inchiostratura inadeguata, rimprovera un compositore che si è servito di una “u” invece che di una “n”: “cacci fuora – gli dice- quegli errori, se ci mettiamo tutti questi, vergogniamo il libro”; chiede una maggiore spaziatura per il carattere greco per renderlo più leggibile. Prevede per i suoi operai più diligenti anche un premio di produzione.
Giorno e notte pensa alla sua tipografia. È proto e direttore. E anche finanziatore. Il suo zelo contagioso, la grande diplomazia, le sue amicizie altolocate gli consentono di portare a casa una buona quantità di caratteri orientali. Da Firenze, Cosimo III gli fa avere ben undici cassette contenenti le matrici di arabo antico e nord africano, caldeo nestoriano pontificale, ebraico, greco, greco tebaico e copto egizio, persiano, siriaco, siriaco silvio grosso e ordinario, per un totale di 2.894 pezzi.
Così è nata la tipografia del Seminario di Padova, destinata a diventare una delle più conosciute in Europa, celebre soprattutto perché stampava in rosso e in nero e anche con caratteri di lingue orientali.
Della figura di Gregorio Barbarigo imprenditore ha parlato nella Sala Forcellini della Biblioteca del Seminario il professor Marco Callegari, (storico, profondo conoscitore dell’editoria veneta, padovana e veneziana in particolare, di storia delle biblioteche e di bibliografia numismatica antica) nel corso di uno dei bellissimi incontri a tema che la Direzione della Biblioteca Antica propone periodicamente. Il prof. Callegari, splendido nel suo raccontare, ha fatto rivivere la storia di questo straordinario imprenditore, ricordando le tappe più significative della sua avventura industriale: l’avvio del lavoro a tempo pieno fin dall’inizio con una trentina di operai; la stampa dapprima in greco e in ebraico. Subito, nel 1685 va in composizione il libro di Pietro Bogdano dal titolo “Cuneus Prophetarum de Christo Salvatore mundi”. E’ la prima opera uscita dalla tipografia in caratteri arabi ed è la prima opera in lingua e caratteri albanesi edita in Italia; due anni dopo viene stampata l’edizione in latino della grammatica araba di padre Agapito della Val di Femme. Nel 1688 Timoteo Agnellini, insegnante in Seminario di arabo, turco e persiano, pubblica proverbi in lingua araba. Finalmente nel 1693 la tipografia del Seminario inizia la composizione dell’Alcorano, il libro che è alla base dello studio del Corano. E’ la più grande impresa editoriale affrontata dal Barbarigo, che purtroppo non ne vedrà la pubblicazione, avvenuta nel 1698, un anno dopo la sua morte.
Dopo la scomparsa di S. Gregorio per la tipografia “inizia tutta un’altra storia” ha detto in chiusura della sua applaudita esposizione Marco Callegari. Giovanna Bergantino, direttrice della Biblioteca e organizzatrice di questi appuntamenti a tema – aveva presentato l’oratore, conosciuto da tanti anni, in modo assai caloroso – ha auspicato che ci sia un’altra occasione per narrare il seguito della storia della tipografia del Seminario, che ha linotype e macchine per la stampa ferme da anni.

