Con gli anni vengono gli affanni”. Il proverbio, modellato sugli esseri viventi, si adatta bene anche a tantissimi oggetti forgiati dall’uomo. Non c’è scampo. Su ogni cosa, il tempo lascia la propria impronta, dalla polvere a più evidenti segni di degrado che con il trascorrere degli anni possono tramutarsi in “cicatrici”. E allora bisogna correre ai ripari.

Come è successo al “monetiere” –  il mobile donato nel 1837 al Seminario di Padova dal vescovo Giovanni Battista Sartori Canova – che di anni ne ha ormai duecento. Conservato all’interno della Biblioteca Antica del Seminario, è di un’eleganza unica: conteneva 3.593 monete romane consolari e dell’alto impero.

Oggi presenta un visibile degrado: distacchi del rivestimento in palissandro, lacune di elementi metallici decorativi, presenza di fori di sfarfallamento di insetti xilofagi, muffe sulle ante.

Il restauro conservativo, autorizzato e seguito passo passo dalla Soprintendenza Archeologica delle Arti e del Paesaggio per le Province di Padova, Treviso e Belluno, è stato affidato ad uno dei nomi più importanti e collaudati del settore del restauro di opere lignee, il professore veneziano Matteo Marton.

Immerso nel silenzio della Sala Rossa della Biblioteca Antica, Matteo Marton, è già al lavoro. “Conto di finire entro il mese di settembre” ha detto il restauratore. Docente di Xilologia e tecniche di lavorazione dei supporti lignei presso l’Università Internazionale dell’Arte, a Venezia, Matteo Marton si è diplomato a 26 anni al corso triennale di restauro alla scuola Enaip di Padova nel 2001. Successivamente ha lavorato per diversi anni presso una ditta di restauro soprattutto con cori lignei intarsiati. Dal 2008 è titolare della ditta che porta il suo nome, che esegue restauri per privati, musei, enti e fondazioni.

Matteo Marton si definisce un appassionato della “materia legno”, nei suoi molteplici aspetti e utilizzi, affronta il restauro con metodologie lavorative specifiche legate al rispetto e alla conoscenza dell’oggetto che necessita delle sue cure.

Il “monetiere” l‘ha studiato nei dettagli e non si è fidato della “narrazione” che da sempre ha accompagnato questo mobile unico nel suo genere. Come la sua esperienza gli suggeriva, ad esempio, è arrivato a stabilire – come è stato poi confermato in laboratorio- che non è costruito in  legno di “fico d’India” come è scritto in un verbale dell’11 maggio 1837. Il mobile è realizzato con una struttura in legno di conifera, rivestito esternamente da una cartella in legno di palissandro: le ante, i profili superiori e inferiori e gli angoli della struttura sono impreziositi da eleganti guarniture metalliche.

Il restauro riguarderà ogni aspetto del mobile (incollaggio di tutte le cartelle sollevate, la pulitura, il consolidamento, controllo dei cassetti, verniciatura), il trattamento antimuffa e un sofisticato trattamento antitarlo in ambiente anossico.

Il “monetiere” potrebbe essere stato realizzato su commissione in un laboratorio a Roma attorno al 1830. Impossibile, come concorda anche il professor Marton, determinarne la paternità. Si conoscono, invece, i committenti: Antonio Canova e Giovanni Battista Sartori Canova, fratello dello scultore da parte di madre (Angela Zardo, la mamma, si era risposata con Francesco Sartori 15 anni dopo la morte del primo marito, Pietro Canova, scomparso nel 1761).

Antonio e Giovanni Battista, a Roma, avevano messo insieme una raccolta di monete del periodo imperiale e consolare. Per due diversi motivi.  Antonio Canova vedeva nella moneta (che riproducevano simboli, miti, episodi) una fonte di ispirazione per le sue sculture; Giovanni Battista amava raccogliere le monete romane perché fonti di studio dell’antichità.

Le monete Giovanni Battista le ereditò alla morte di Antonio nell’ottobre del 1822. E 11 anni dopo scriverà al vescovo di Padova, mons. Modesto Farina, e al rettore del Seminario, Angelo Fontananza, annunciando la donazione delle monete: “m’intendeva non solo di dare un segno di grata ricordanza al luogo nel quale ebbi un’educazione letteraria ed ecclesiastica e venni assunto al sacerdozio ma ben anche di supplire ad un bisogno di quell’Istituto, troppo invero scarsamente provveduto per la istruzione dei giovani nella scienza numismatica”.

La donazione venne formalizzata a Padova l’11 maggio 1837: nel verbale vengono elencate tutte le medaglie contenute in un mobile appositamente costruito “in fico d’India con ornati di metallo e serrature, diviso in tre riparti dall’alto in basso ognuno con sedici piccoli tiratoj, muniti degli appositi incavi in tabelle mobili per ricevervi le medaglie ed un tiratojo maggiore al basso, in tutto tiratoj n.51”.

Alle esequie del vescovo Sartori Canova (era stato nominato da papa Leone XII vescovo di Mindo, diocesi che faceva parte del Patriarcato di Costantinopoli), Giuseppe Jacopo Ferrazzi, sacerdote e letterato, ricorderà quel dono “per tanti anni oggetto delle assidue e appassionate sue cure”. Una collezione che per “numero, bellezza, varietà e pregio de’ tipi, da non aver invida alle raccolte più celebri e copiose”. A renderla “ragguardevole basterebbe solamente il prezioso bronzo del Britannicus, moneta unica che la numismatica scienza fino ad ora conosca e per la quale rifiutò la cospicua somma di 14.000 franchi, offertagli da un Inglese”.

Il “monetiere” conobbe alcuni decenni di gloria poi fu dimenticato e messo in un angolo. In anni recenti, la direttrice della Biblioteca Antica, Giovanna Bergantino, l’ha tolto dall’oblio, portandolo poi all’attenzione di studiosi ed esperti per il suo eccezionale contenuto. L’ha fatto conoscere, donandogli nuova vita.

Fra breve quelle monete dal valore inestimabile potranno essere riaccolte nella loro “casa”, che il prezioso lavoro del professor Matteo Marton sta portando alla originaria bellezza. Mani esperte, competenza e passione stanno per cancellare ogni ferita subita dal “monetiere” nei suoi primi 200 anni di vita.

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