Così prezioso, così originale da meritare, da sempre, l’attenzione degli studiosi. Un interesse confermato dagli organizzatori della rassegna internazionale “Connected Worlds of Bruges 900-1550”, aperta nell’arco di 4 mesi nella città belga. L’esposizione, curata da un team internazionale di studiosi, guidato dal professor Peter Frankopan dell’Università di Oxford, ha voluto portare su quella straordinaria passerella anche la “Descriptio Terrae Sanctae” di Burcardo da Monte Sion, custodita nella Biblioteca Antica del Seminario di Padova.

Tra le 250 opere e manufatti provenienti da collezioni internazionali, fra cui la National Gallery di Londra, la Biblioteca Vaticana e il Kunsthistorisches Museum di Vienna, a rappresentare l’Italia c’era anche l’opera del frate domenicano tedesco che, con il codice 74, fa parte del ricchissimo comparto (sono 1.167) di manoscritti custoditi nella Sala Forcellini della Biblioteca.

La mostra ha voluto raccontare Bruges non come città periferica del Nord Europa, ma come snodo centrale delle reti — per quasi sei secoli — che toccavano Costantinopoli, Gerusalemme, il Mediterraneo e l’Asia. Le Fiandre, infatti, erano profondamente intrecciate ai grandi network commerciali e politici del mondo medievale.

Il manoscritto di Burcardo a Bruges ha contribuito a illustrare i cinque mondi (Mare del Nord, cristianità, Mediterraneo, corti europee e ottomane e nuove rotte atlantiche) che la rassegna ha voluto sviluppare, facendo toccare con mano le contaminazioni culturali, le migrazioni e i trasferimenti di conoscenze che si andavano determinando nei primi sei secoli del secondo Millennio.

 

Chi era Burcardo e perché il manoscritto custodito a Padova merita così attenzione?

Il nome di questo frate si trova scritto in diversi modi: Burchardus de Monte Sion, Borcardus, Burcardo, Burkardt. È un nome composto dai termini burg (protezione, roccaforte) e hard (forte, coraggioso) e assume il significato di roccaforte, di fortezza. Sion — questo nome appare circa 150 volte nella Bibbia — è la città di Davide, la città di Dio. È detto anche Burcardo di Sassonia, dal probabile luogo di nascita. Le notizie sulla sua vita sono molto scarne. Era un frate, sicuramente di nazionalità tedesca, forse domenicano. Certamente nella seconda metà del XIII secolo ha vissuto, pare per un decennio, in Palestina, nel monastero del Monte Sion di Gerusalemme. Ha percorso tutta la Terra Santa e l’ha raccontata nella sua “Descriptio”. Un testo molto diffuso nel Medioevo, che ha avuto negli anni vari aggiustamenti e riduzioni.

Ha l’aspetto di una guida turistica, composta fra il 1282 e il 1285, che descrive la parte occidentale della Palestina e le regioni confinanti. Le diverse località vengono illustrate con gli occhi del turista, ma la “geografia” si intreccia con i commenti di Burcardo, di cristallina fede cristiana e frate non chiuso, ma comprensivo verso chi professa altre religioni. “Da Gerico ci sono cinque leghe — annota Burcardo — verso sud fino alla città di Segor, posta sotto il monte di Eggadi. Fra questo monte e il Mar Morto c’è la statua di sale, in cui fu trasformata la moglie di Lot, per vedere la quale ho speso molta fatica, ma invano; infatti, me ne hanno tenuto lontano i saraceni, dicendo che il luogo non era privo di pericoli, per via di serpenti, vermi e bestie feroci che lo abitavano, ma poi ho appreso che le cose non stavano così”.

Sui cristiani orientali è del parere che non siano eretici. Scrive Burcardo: “Vi sono, certo, degli stolti fra loro, ma di stolti ce ne sono anche nella chiesa romana!”.

Le “memorie” di pellegrini in Terra Santa divennero un genere letterario molto diffuso, ma Burcardo è un osservatore attento, preciso, un testimone diretto che separa i fatti dalle congetture. Sottolinea in più parti della Descriptio: “Queste cose le ho viste con i miei occhi”.

Nel XIII secolo la Palestina era una meta piuttosto consueta. Lo stesso Beato Pellegrino, il giovane padovano Antonio Manzi (o Manzoni), raggiunse i luoghi santi, prima di morire al gelo, fuori dal convento di via Porciglia, nella sua città che non seppe e volle riabbracciarlo. Poi Fidenzio da Padova, nel 1291, scrive il “Liber recuperationis Terrae Sanctae”, che a sua volta racconta usi, costumi e tecniche militari dei musulmani e narra la storia palestinese.

Il prestito della Descriptio alla mostra di Bruges, secondo la direttrice della Biblioteca Antica del Seminario di Padova, Giovanna Bergantino, ha rappresentato un’importante occasione di visibilità internazionale e la conferma della capacità della nostra straordinaria istituzione cittadina di dialogare con le istituzioni mondiali di primo piano. È stato altresì, secondo la direttrice, un altro passo di rilievo nel crescente percorso di valorizzazione della nostra biblioteca, che ha saputo cogliere un’opportunità unica di mostrare al mondo, con questo suo prezioso manoscritto, l’interconnessione culturale che già nel Medioevo univa l’Europa e le terre narrate dagli evangelisti.

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